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E' possibile migliorare la Qualità della propria vita lavorativa?

E' possibile migliorare la Qualità della propria vita lavorativa?

Da che cosa sono influenzati i nostri comportamenti in azienda? Come si può partecipare ad un gruppo di lavoro, essere produttivi e stare bene? Che cosa impedisce oggi alle organizzazioni di creare un ambiente coeso e positivo? Che relazione c’è fra quello che pensiamo e quanto ci accade?

Credo che la risposta a queste domande fondamentali non sia qualcosa di “puntuale” (sarebbe troppo bello) bensì il risultato di “un percorso” che ciascuno di noi può intraprendere e sul quale vorrei provare a fornire qualche elemento di riflessione.

Parto da un dato di fatto certo, cioè dalla situazione all’interno delle (grandi) aziende che è molto cambiata, ed in peggio, negli ultimi anni. In sintesi, direi che non c’è più amore per quello che si fa, le persone sono disilluse, si sentono assolutamente non considerate ma solo oggetti, pedine di giochi d’interesse che si svolgono indipendentemente da considerazioni sulla propria realtà professionale.

Personalmente  ho sempre pensato che deprimersi e gettare la spugna non serva a niente e che automortificarsi sia profondamente ingiusto nei confronti di sé stessi.

Dobbiamo scoprire i “filtri” mentali che condizionano le nostre percezioni e quindi le nostre azioni. Questi filtri sono emozioni, camuffate in fantasie, immagini, sogni, storie; emozioni che danno colore a ciò che riusciamo a percepire e che attribuiscono significato a quanto cogliamo.

Possiamo immaginarci quali diversi livelli di percezione delle cose e delle situazioni ci sono nei contesti sociali?  Gli altri, senza che ce ne rendiamo conto, possono essere specchi; ma che cosa si riflette in loro di me, di noi? Che cosa siamo in grado di cogliere?

Tante volte mi sono chiesta come fosse possibile  che non venisse utilizzata in modo positivo la forza derivante dall’appartenenza ad un  gruppo. Tutti noi conosciamo l’importanza delle relazioni sociali per le persone, il bisogno di attenzione, di conferma ed approvazione, la forza trainante e trasformatrice dei gruppi.

Possibile che nelle situazioni di lavoro non ci possa essere alcuna utile considerazione di tutto questo?  E’ possibile che le organizzazioni spersonalizzino gli individui/lavoratori  a questo punto e ne mortifichino, contro i loro stessi interessi, l’energia e le idee?

Tutto ciò è imputabile solo all’impreparazione della leadership e dei responsabili delle risorse?

Non credo. A volte ho l’impressione che si tenda a deresponsabilizzarsi rispetto a quello che avviene, come se fosse inevitabile rimandando il potere di decidere sempre ad “altri”.

Credo  che ci sia la necessità di aprirci a nuove prospettive, di  liberarci dagli atteggiamenti negativi. Il lavoro è parte integrante della vita ma spesso costituisce una realtà a sé  stante,  in cui non riusciamo ad esprimere ciò che siamo e ciò che sentiamo e questa esperienza diventa una situazione estraniante, come se la nostra esistenza fosse suddivisa in più realtà che non comunicano.  

Possiamo provare a fare del nostro posto di lavoro un luogo di crescita, di risveglio spirituale che si può trasformare nel motore della nostra maturazione, a beneficio anche di chi ci circonda.

Come ultimo elemento di riflessione  vorrei riportare alcune convinzioni che secondo Antony Robbins, specialista e consulente di grande fama , sono alla base di comportamenti positivi e produttivi:  - tutto quello che succede ha una ragione e uno scopo, e possiamo servircene; -non c’è nulla che possa dirsi “fallimento”, ci sono solo risultati; - qualsiasi cosa accada è bene assumerne la responsabilità; - è necessario comprendere le cose per essere in grado di servirsene; - le persone sono la nostra risorsa più grande;- il lavoro è gioco; - non può esserci successo duraturo senza impegno.

Sarebbe bello poter alimentare il dibattito su questi temi con il contributo di altri lavoratori e lettori.

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